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10Giu

C’era, una volta, l’ingiuria

Da parecchi anni a questa parte la politica legislativa italiana è impegnata in un immane sforzo di deflazionare il carico di lavoro degli uffici giudiziari, evidentemente gravati dal pesante fardello della gestione di un’immane quantità di cause. Il dichiarato ed auspicato intento è quello, in sé lodevole, di rendere più agile e funzionale la macchina processuale, connotata da un’insostenibile lentezza ed estrema farraginosità per via dell’elevato numero dei processi incardinati, così da tentare di assicurare un rapido accesso alla giustizia e la celere definizione del contenzioso. Invero, questa tendenza all’efficientismo e a non dilatare eccessivamente i tempi di celebrazione dei processi, pure costituendo un condivisibile obiettivo da perseguire, si scontra con l’ineludibile esigenza di garantire l’effettività della tutela dei diritti e la giustizialità degli stessi nonché la con necessità di assicurare la piena esplicazione del diritto di difesa di indagati e imputati.

Tra le molteplici modalità con cui è possibile affrontare la problematica, una di queste è costituita dalla scelta di ricorrere alla depenalizzazione di molte fattispecie di reato ovvero di rendere non perseguibili, e dunque punibili, alcuni fatti sul presupposto che questi abbiano una offensività limitata e, così, che non debbano costituire più dei crimini da sanzionare e reprimere penalmente. È questo quanto è avvenuto recentemente in Italia con riferimento alla depenalizzazione, tra l’altro, del reato di ingiuria, conformemente a quanto previsto dalla Legge Delega n° 67 del 28 aprile 2015 ed inerente alla riforma dell’intero sistema sanzionatorio dell’ordinamento giuridico italiano. Il Decreto Legislativo n° 7 del 15 gennaio 2016, intitolato “Disposizioni in materia di abrogazione di reati e introduzione di illeciti con sanzioni pecuniarie civili” ed attuativo della predetta Legge Delega, infatti, all’art. 1 ha sancito l’abrogazione dell’art. 594 del codice penale vigente, già rubricato come “ingiuria”, che dunque viene espunta dal novero delle fattispecie criminose. Nella sua ultima versione, la norma codicistica abrogata prevedeva quanto segue:

<<Chiunque offende l’onore o il decoro di una persona presente è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a euro 516.

Alla stessa pena soggiace chi commette il fatto mediante comunicazione telegrafica o telefonica, o con scritti o disegni, diretti alla persona offesa.

La pena è della reclusione fino a un anno o della multa fino a euro 1.032 se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato.

Le pene sono aumentate qualora l’offesa sia commessa in presenza di più persone.>>.

Ingiuriare qualcuno, dunque, non è più reato nell’ipotesi in cui l’offesa non avvenga alla presenza di persone oltre al destinatario. Se il fatto è provato, è possibile chiedere tuttavia il risarcimento del danno patito al Giudice in sede civile, il quale potrà comminare anche una sanzione pecuniaria da pagare a favore delle casse statali. Permane punibile – si spera a lungo – il reato di diffamazione, con cui si punisce invero colui che offende l’altrui reputazione comunicando con più persone diverse dal destinatario dell’offesa, così come disposto dall’art. 595 del codice penale.

Non può non osservarsi come l’opzione legislativa messa in campo recentemente appare decisamente criticabile giacché l’ingiuria urta spesso la sensibilità del destinatario in quanto destinata a offuscarne l’identità e l’autostima e con ciò vìola un diritto umano fondamentale e pertanto essa merita di essere adeguatamente punita, tanto più che gli obiettivi di deflazionare il carico giudiziario potrebbe essere soddisfatto in altro modo.

 

Avv. SALVATORE TARANTO – penalista del Foro di Palermo e dottore di ricerca all’Università di Catanzaro (con la collaborazione di Antonio Balletta laureando in Giurisprud. all’Univ. di Messina)

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Valentina Lucia La Rosa
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La dott.ssa Valentina La Rosa è una psicologa e psicoterapeuta, regolarmente iscritta all'Ordine degli Psicologi della Regione Sicilia con n° di iscrizione 6491. Laureata in Psicologia Clinica presso l'Università di Enna nel 2011, nel 2013 ha conseguito il Master di I livello in "Psicodiagnostica, costruzione del caso clinico e diagnosi della struttura personologica" presso l'APA (Associazione di Psicoanalisi Applicata) di Catania, con la direzione scientifica del Prof. Maurizio Cuffaro e del Prof. Giovanni Lo Castro. Parallelamente, ha frequentato con profitto il "Corso di formazione alla diagnosi e al trattamento di Dipendenze, Anoressie, Bulimie e Obesità", tenutosi a Catania sotto la direzione scientifica del Prof. Domenico Cosenza e del Prof. Giovanni Lo Castro.Ha frequentato diversi corsi di formazione e di aggiornamento professionale e, nel 2016, ha conseguito il Master su diagnosi e trattamento dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Ha conseguito la Specializzazione in Psicoterapia ad orientamento psicoanalitico presso l' Istituto Superiore di Studi Freudiani “Jacques Lacan" di Catania, scuola di specializzazione in psicoterapia ad orientamento psicoanalitco secondo l'insegnamento dello psicoanalista francese Jacques Lacan. Cultore della materia presso l'Università di Catania, collabora alle attività didattiche della cattedra di Psicologia Clinica. Lavora come libera professionista a Catania. Per info: www.valentinalucialarosa.it
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