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28Apr

Il giudice solo

Ci sono magistrati e poliziotti uccisi dalla mafia di cui sappiamo ormai tutto. O almeno conosciamo ciò che i giornali, i film e i libri di storia ci hanno abbondantemente documentato, dopo le stragi del ’92. Ma esistono anche servitori dello Stato di cui si sa veramente poco o nulla. Uomini che hanno combattuto in trincea fino all’ultimo respiro con alto senso del dovere e profonda abnegazione. Uomini che, pur amando la vita, l’hanno sacrificata, perché in un dato momento hanno scelto di non abbassare la testa, ma di voler restare liberi e coerenti con se stessi in una realtà purtroppo malata. Tra questi vi è un magistrato calabrese ucciso dalla ‘Ndrangheta. Si chiamava Antonino Scopelliti. Nato a Campo Calabro il 20 Gennaio 1935, si laureò in Giurisprudenza ed entrò giovanissimo in magistratura, nel 1959, dapprima come Pubblico Ministero presso la Procura della Repubblica di Roma e successivamente in quella di Milano, per poi passare a sostituto Procuratore generale presso la Suprema Corte di Cassazione, occupandosi dei più grandi misteri d’Italia del secondo dopoguerra : rappresentò la pubblica accusa nel 1^ processo Moro, in quello sulla strage di Piazza Fontana, nel sequestro dell’Achille Lauro, in quello sugli omicidi del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile e del giudice Rocco Chinnici e nella strage del Rapido 904, detta anche “La Strage di Natale”. In quest’ultimo processo, Scopelliti dimostrò un collegamento tra i gruppi eversivi e la criminalità organizzata dei mafiosi Pippo Calò e Guido Cercola. Per loro, chiese la condanna definitiva. Ma il collegio giudicante guidato da Corrado Carnevale, detto “l’ammazzasentenze”,rigettò la richiesta, assolvendo Calò e rinviando tutto a nuovo giudizio. Tutto ciò accadde nel Marzo 1991.

Questo per Scopelliti sarà l’anno più infuocato della sua vita, poiché accettò di rappresentare la pubblica accusa nel Maxiprocesso contro Cosa Nostra, istruito dai giudici Falcone e Borsellino. Si trattava di mandare alla sbarra più di 470 imputati. La mafia prendeva atto del durissimo colpo inflitto dallo Stato e Scopelliti, che con la vicenda del Maxiprocesso aveva forse intrapreso la strada più difficile della sua carriera, agì con dignità e senza scendere a compromessi, consapevole dell’altissimo rischio a cui andava incontro. La criminalità infatti tentò di corrompere il giudice offrendogli una grossa somma di denaro, pari a circa 5 miliardi delle vecchie lire, per l’aggiustamento della requisitoria. Ma la sete di giustizia del magistrato lo portò a rifiutare l’offerta e a proseguire onestamente nel suo lavoro. Probabilmente fu questa la motivazione che spinse la mafia a decidere la sua condanna a morte. Secondo la testimonianza di alcuni pentiti della ‘Ndrangheta pare che Cosa Nostra si sia mossa chiedendo loro il favore di eliminare il magistrato. In cambio Cosa Nostra avrebbe fatto da mediatore per la cessazione della guerra tra cosche che si protraeva a Villa San Giovanni dal 1985. Le ultime settimane di vita del magistrato sono narrate nel libro inchiesta “Primo Sangue” del giornalista Aldo Pecora: in esso si racconta che, ai primi di Agosto del ’91, lo stato d’animo del giudice pareva più teso del solito. Forse aveva intuito la sua condanna a morte e ad alcuni amici più fidati non nascondeva la sua paura per il colosso giudiziario, che  avrebbe dovuto affrontare. Era in ferie in Calabria, ma con la mente altrove. Sapeva infatti che entro dicembre  avrebbe dovuto avere pronta la requisitoria per il Maxiprocesso. A proposito di ciò, erano sorte delle difficoltà logistiche per le quali diventava macchinoso il trasferimento degli atti processuali da Palermo a Roma, cosicché si pensava di trasferire la Prima sezione penale direttamente a Palermo. Ma giunse il diniego di Corrado Carnevale, lo stesso che aveva rigettato l’accusa nel processo del Rapido 904 e di molti altri processi importanti degli anni 80. Scopelliti pertanto decise, per non perdere tempo, di continuare questo lavoro anche durante le ferie. Si fece inviare da Roma gli incartamenti del Maxiprocesso, mediante trasporto ferroviario, chiedendo che fosse la Polfer ad effettuare la consegna. Non si conoscono le ragioni di questa sua scelta, non si sa se questa decisione sia stata presa per ragioni di sicurezza o di convenienza. Il magistrato era senza scorta e metodico nei suoi spostamenti. Alla guida della sua auto, due giorni prima del suo assassinio, credendo di essere seguito, varie volte accelerò e zigzagò. Ma era un amico, che aveva pensato ad un malore vedendo quel modo anomalo di guidare. Scopelliti si tranquillizzò e riprese la marcia in modo regolare. La mattina del 9 Agosto il giudice andò in spiaggia per trascorrere una mattinata al mare. Era da poco passato mezzogiorno quando scorse qualcosa di sospetto che galleggiava in acqua. Pensando si trattasse di una bomba a lui destinata, elevò un urlo, esortando i bagnanti ad abbandonare la spiaggia. In quegli istanti la sua memoria dovette probabilmente catapultarsi al fallito attentato dell’ Addaura, di due anni prima, al collega Giovanni Falcone, con il quale intercorreva una stima reciproca. Per fortuna si trattava di un sacchetto di plastica, forse abbandonato da un motoscafo che passava da quelle parti. Alle ore 17:00, il giudice si apprestò a lasciare la spiaggia e a salire sulla sua auto, una nuovissima BMW 318 color blu notte, che gli era stata consegnata il 20 luglio a Roma. Qualcuno gli aveva fatto una battuta su quando l’avrebbe sostituita. Ma egli aveva risposto che non l’avrebbe cambiata perché su quell’auto ci sarebbe morto. Il giudice è dunque solo e senza scorta. Percorreva la Statale 18, la strada costiera, e più avanti avrebbe imboccato quella che sale al suo paese, Campo Calabro. Ma nei pressi della frazione di Piale, ad una curva, c’erano due sicari ad attenderlo. Probabilmente erano a bordo di una moto. Quando la BMW transitò nel punto in cui questi erano appostati, uno dei due con un fucile a canne mozze caricato a pallettoni fece fuoco colpendo il giudice alla tempia. La morte fu istantanea; l’auto, fuori controllo, finì la sua corsa in un terrapieno non distante dall’aria di servizio Agip “Villa San Giovanni Est” (oggi in disuso) dell’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria. Sarà un dipendente di questo rifornimento a dare l’allarme, pensando si trattasse di un incidente stradale. Sono le 17:25. Antonino Scopelliti muore in una torrida giornata di Agosto, nel silenzio della natura attorno, sullo sfondo mozzafiato dello Stretto di Messina. Un silenzio che si evidenzierà maggiormente nel futuro perché il giudice entrerà nel dimenticatoio. All’inizio, come detto, si pensò ad un incidente stradale, ma ben presto la verità venne a galla. Un delitto eccellente.

Sarà Giovanni Falcone ad esporre, a riguardo, la sua opinione, che verrà resa nota dal quotidiano “La Stampa” pochi giorni dopo l’attentato, il 17 Agosto: “l’ultimo delitto eccellente è stato realizzato, come da copione, nella torbida estate meridionale, cosicché distratti dalle incombenti ferie di Ferragosto e dalla concomitanza di altri gravi eventi, quasi non vi abbiamo fatto caso”. Falcone prosegue : “l’omicidio di Scopelliti è avvenuto in territorio di Calabria, in una zona dove finora non erano stati uccisi magistrati o funzionari impegnati nella lotta alle cosche. Ciò è stato correttamente interpretato come un preoccupante salto di qualità che non potrà non influenzare il futuro della lotta alle organizzazioni mafiose calabresi. E’ difficilmente contestabile, infatti, che le organizzazioni mafiose (Cosa Nostra e ‘Ndrangheta) probabilmente sono molto più collegate tra loro di quanto si affermi ufficialmente e che le stesse non soltanto conoscano il funzionamento della macchina statale, ma non hanno esitazioni a colpire chicchessia”. L’omicidio del giudice Scopelliti, di fatto, ha inaugurato la stagione delle stragi, le cui motivazioni stavano alla base del difficile confronto tra lo Stato e la mafia, che vedeva da un lato la perdita dei suoi uomini più validi nel perseguimento della lotta alla criminalità organizzata e dall’altra Cosa Nostra nell’arduo tentativo di bloccare la sentenza del Maxiprocesso che significava carcere duro per gli esponenti di spicco, quali Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Nove mesi più tardi sarebbe toccato a Falcone, e poi a Borsellino nelle ormai note stragi di Capaci e Via D’Amelio. Nei vari processi che si succedettero nel corso degli anni, finirono sotto accusa membri della ‘Ndrangheta, ma ancor di più Toto Riina e Nitto Santapaola, quali mandanti. Ma saranno tutti assolti, perchè le accuse fornite dai collaboratori di giustizia verranno giudicate discordanti e a tutt’oggi l’omicidio Scopelliti resta impunito.

Di Antonino Scopelliti esiste un video su You Tube; riguarda un’ intervista rilasciata a Maurizio Costanzo nel 1978. Scopelliti espone il suo modello di giudice e sostiene senza timore il suo disaccordo riguardo al giudice politicizzato. “Non è il mio giudice” egli dice. E prosegue dicendo che il magistrato deve vivere nel suo tempo, rendersi conto  delle trasformazioni della società e di tante altre tensioni morali, e che se per politico si intende questo, che sia politico. “Ma se per politico si intende il magistrato che professa clamorosamente un credo politico, non sono più d’accordo perché, secondo me, pur essendo sereno, e mi rifiuto di pensare che non lo sia nel suo giudizio, non appare tale al cittadino”. Fa riflettere molto anche il tema dell’impopolarità del giudice e del rapporto con l’ imputato con il quale ha sempre cercato di instaurare un rapporto umano,  convinto che “il criminale più protervo, il delinquente più incallito, è sempre sorretto da una fiaccola di ragione. Si tratta di scavare dentro a questo fenomeno tipicamente umano per trovare in ogni comportamento di ogni persona una fiaccola di verità”. Egli confessa di non aver mai temuto l’imputato, e che la ricompensa più stupenda che il magistrato possa avere è trovare il suo imputato che lo saluta e che si avvicina e gli dice qualcosa.”Ecco,il magistrato è un povero, non ha soddisfazione di nessun genere, vive oggi una vita di milizia piena di pericoli. Non è popolare, diciamolo pure! E quindi gode, vive la sua missione di questi fatti tipicamente umani e commoventi, trovare il suo imputato che lo saluta”.  Quelle di Scopelliti sono parole che lasciano il segno se si pensa che tredici anni dopo sarà ucciso e presto dimenticato. Lasciava la moglie e la figlia Rosanna di sette anni che non ha certo vissuto un’ infanzia normale. I genitori avevano fatto di tutto per tenere segreto il loro matrimonio. Durante gli spostamenti spesso la bambina veniva infilata dentro una borsa rossa per non essere notata; a scuola Rosanna raccontava di essere figlia di un medico di nome Natale. Da adulta contribuirà alla nascita della “Fondazione Scopelliti” su iniziativa dei ragazzi del movimento “Ammazzateci Tutti”. La fondazione offre assistenza  alle vittime di mafia sia sotto il profilo psicologico, sia sotto quello legale. Ogni anno in sua memoria viene organizzata una gara ciclistica, la Granfondo “Antonino Scopelliti” a una delle quali anch’io ho partecipato;  pertanto ho avuto modo di conoscere e apprezzare la statura morale di quest’uomo sul quale avevo iniziato a documentarmi qualche tempo prima. Di Scopelliti mi hanno profondamente toccato alcune parole, con le quali chiudo questo articolo che considero un omaggio a lui e  a tutti coloro che in silenzio e con pari dignità hanno servito le Istituzioni : “Il giudice è quindi solo, solo con le menzogne cui ha creduto, le verità che gli sono sfuggite, solo con la fede cui si è spesso aggrappato come naufrago, solo con il pianto di un innocente e con la perfidia e la protervia dei malvagi. Ma il buon giudice nella sua solitudine, deve essere libero, onesto e coraggioso”.

Fonti: ALDO PECORA “PRIMO SANGUE”  BUR-RIZZOLI

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