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23Apr

L’approccio al paziente in Medicina Osteopatica

L’approccio osteopatico al paziente è caratterizzato da un bilancio globale delle disfunzioni dominanti che sono presenti nel suo corpo. In pratica l’osteopata dovrà individuare e interpretare, secondo la sua scienza ed esperienza, quale algoritmo disfunzionale si è instaurato nel paziente, che gli ha determinato il o i sintomi, che rappresentano il motivo di consulto osteopatico. In seguito dovrà risolvere queste disfunzioni o, come si dice in gergo osteopatico, dovrà normalizzarle attraverso l’approccio manuale al fine di stimolare i meccanismi di autoguarigione insiti in ogni essere vivente.

È bene anzi tutto comprendere cosa s’intende per disfunzione somatica[1]. Con questo termine s’indica una funzione compromessa o alterata delle componenti relative del sistema somatico (struttura corporea): le strutture scheletriche, artrodiali e miofasciali con i relativi elementi vascolari, linfatici e neurali. Pertanto, la diagnosi osteopatica differisce dalla diagnosi medica, in quanto la prima si occupa semplicemente di diagnosi disfunzionale, che non ha nulla a che vedere con la diagnosi medica di patologia o di malattia dell’organo. Ciò non toglie che l’osteopata deve conoscere le basi della semiotica e la patologia medica per eventualmente rinviare il caso clinico al medico generico o specialista competente.

Ma come si svolge una seduta osteopatica?

Per prima cosa l’osteopata intervista il paziente per svolgere la cosi detta anamnesi osteopatica quindi, dopo essere venuto a conoscenza del motivo di consulto per cui il soggetto è giunto all’osservazione,  indagherà sulle caratteristiche del sintomo dolore o disturbo o altro, sul vissuto, cioè su eventuali traumi fisici e/o psichici, interventi chirurgici, problemi di altri organi e apparati raccontati o diagnosticati da medici, terapie farmacologiche in corso, parti naturali o cesarei, esami d’imaging, eccetera. In pratica, si farà un’idea osteopatica disfunzionale del paziente col punto di vista del suo stato fisico e psichico.

Successivamente si passerà alla valutazione osteopatica effettuata con una serie di test per una appropriata diagnosi differenziale (test ortopetici, neurologici e altri), per capire se il problema possa essere di competenza medica o osteopatica. In seguito eseguirà i test specifici osteopatici come i test di mobilità muscolo scheletrica, test di mobilità sul cranio, sui visceri toracici e addominopelvici, test qualitativi tissutali palpatori, mappe del dolore o della sensibilità, eventualmente test posturologici (sull’occlusione, cervicali, oculari, sulla verticale del corpo e altro), test neurovegetativi e altri. Con quest’altro momento si individueranno le disfunzioni somatiche e si cercherà di comprendere se il problema è locale, se è discendete o se viene dal basso.

Poi, dopo aver spiegato l’iter di trattamento al paziente, comincia il vero e proprio trattamento osteopatico. A questo punto l’approccio può essere più diversificato; questo dipenderà dal tipo di persona che l’osteopata si troverà davanti.

L’età del paziente, il suo stato fisico/energetico e quello psichico, ma anche l’esperienza dell’operatore e il suo bagaglio tecnico osteopatico saranno tutti elementi che incideranno sul tipo di trattamento.

Le tecniche quindi sono diversificate, e nella “cassetta degli attrezzi” dell’osteopata, c’è l’imbarazzo della scelta. Tra le tante, per citarne solo alcune, vi sono per esempio le tecniche strutturali muscolari, le così dette Muscle Energy Tecnique, o le H.V.L.A (High Velocity and Low Amplitude), queste ultime sono, per intenderci, quelle col caratteristico rumore articolare di sblocco (per esempio tra le vertebre), le tecniche viscerali su strutture parenchimatose, come il fegato o reni, o strutture cave come il colon e l’intestino o l’utero eccetera. Ciò che bisogna però considerare è che non esiste un approccio osteopatico senza che l’osteopata valuti ed eventualmente tratti l’addome, il cranio e la colonna e bacino. Il paziente è sempre inteso nella sua globalità. Queste strutture sono “le basi osteopatiche” per un vero approccio osteopatico. L’osteopata potrebbe, infatti, ritrovarsi in una condizione in cui una vertebra può essere in disfunzione a causa di un organo (relazione viscero-somatica) o, viceversa, un organo può essere in disfunzione perché una vertebra è in disfunzione (relazione somato-viscerale), o, ancora, per il bacino, in cui sono presenti diversi organi appartenenti al sistema digerente e urogenitale, nervoso e vascolare, o può avere una disfunzione a livello sacrale o in qualsiasi altra parte della “struttura”. Il cranio poi deve essere attenzionato per traumi locali, per problemi conseguenti alla gravidanza, al parto o per relazioni viscero-somatiche anche a distanza.

L’osteopata generalmente segue un iter terapeutico spalmato nel tempo, meno con i problemi acuti e più con quelli cronici. Ovvero valuterà e tratterà il paziente alcune volte, secondo il caso, distanziando sempre più gli incontri, al fine di stimolare i meccanismi di autoguarigione del paziente ormai sopiti. Tutto dipenderà anche dai feedback che quest’ultimo darà alla seduta successiva.

[1] Tale diagnosi, definita all’interno del Glossario della Terminologia Osteopatica, è codificata all’interno dell’International Classification of Disease (ICD-9) e successivamente revisionata all’interno dell’ICD-10.

A cura di:
Antonio Rosario Cavallaro D.O. m. R.O.I.
Direttore Generale I.A.O.M. AISeRCO
International Academy of Osteopathic Medicine
Palermo

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