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06Giu

Il Cyberbullismo

Con cyberbullismo si intendono molestie, aggressioni, offese, umiliazioni arrecate volontariamente e in modo continuativo da un bullo (o da un gruppo di bulli) a delle vittime, utilizzando Internet o i telefoni cellulari. Il fenomeno si propaga quindi virtualmente attraverso sms, mms, mail, chat, forum, social network. A differenza del bullismo tradizionale, non implica vessazione fisica e permette l’anonimato dell’aggressore, anonimato che riduce ulteriormente le remore del bullo. Inoltre, il cyberbullismo è indipendente da luoghi fisici precisi, come la scuola. Questo significa che si può verificare ogni volta che l’adolescente accede al computer e purtroppo lo può seguire ovunque, anche se cambia scuola o città, come accaduto in diversi casi. Il termine cyberbullismo fu coniato dall’educatore canadese Bill Belsey nel 2002 e ripreso nel 2006 da Peter K. Smith e collaboratori che proposero una definizione di cyberbullismo molto legata al concetto di bullismo “tradizionale”: il cyberbullismo è “un atto aggressivo e intenzionale, condotto da un individuo o gruppo di individui, usando varie forme di contatto elettronico, ripetuto nel corso del tempo contro una vittima che ha difficoltà a difendersi” (Smith et al., 2008). Esistono diversi tipi di cyberbullismo:

 

Flaming: messaggi online violenti e volgari mirati a suscitare battaglie verbali in un forum. foto-01-05-16-00-06-26

Harassment: consiste nell’invio ripetuto di messaggi insultanti, mirati a ferire la vittima.

Denigration: è la denigrazione della vittima attraverso la diffusione di notizie false, immagini o filmati.

Impersonation: il bullo riesce a violare un account e a farsi passare per la vittima, spedendo messaggi e creando problemi alla persona di cui prende il posto.

Exposure: si pubblicano informazioni private e/o imbarazzanti su un’altra persona.

Trickery: dopo un periodo di amicizia in cui si ottenere la fiducia della vittima, si pubblicano o condividono con altri le informazioni confidate .

Exclusion: si esclude deliberatamente una persona da un gruppo online per provocare in essa un sentimento di emarginazione.

Cyberstalking : molestie e denigrazioni ripetute, mirate a incutere paura.

 

Le categorie sopra esposte presentano però i limiti di un approccio di tipo classificatorio. Nella realtà non esistono limiti netti tra una categoria di cyberbullismo ed un’altra e seguire tale classificazione può rappresentare in molti casi una forzatura. Inoltre, non tutte le vittime rispondono al fenomeno allo stesso modo in quanto ciascuno reagisce in maniera soggettiva, ma l’ipotesi peggiore è che a seguito delle molestie subite si inizi un percorso discendente che va dall’isolamento alla depressione fino, in casi estremi, al suicidio.

Secondo il rapporto Ipsos 2014 per Save The Children, quattro minori su dieci sono testimoni di atti di bullismo on line verso coetanei, percepiti “diversi” per aspetto fisico (67%), orientamento sessuale (56%) o perché stranieri (43%). Il bullismo è percepito dal 69% dei minori italiani intervistati come un problema più grave di droga, alcol e della possibilità di subire molestie da un adulto. I social network rappresentano la modalità d’attacco preferita dal cyber bullo (61%), che di solito colpisce la vittima attraverso la diffusione di foto e immagini denigratorie (59%) o tramite la creazione di gruppi “contro” (57%). C’è poi il fenomeno del “furto” di mail e messaggi privati resi poi pubblici (48%), l’invio di sms, mms, e-mail aggressivi e minacciosi (52% che sale al 61% nel caso di femmine preadolescenti) e la diffusione di notizie false sulla vittima (58%).

Uno dei casi più famosi di cyberbullismo è quello di Megan Taylor Meier, vittima statunitense del fenomeno morta suicida nel 2006 all’età di 14 anni. Secondo le informazioni date alla stampa dalla madre e dai suoi conoscenti, Megan Meier aveva come hobby il nuoto e la musica rap ed amava i cani ed i ragazzi educati. Alta circa 167 centimetri, pesava 95 kg e questo la obbligava ad una serie di diete ferree che la resero triste e taciturna. Le venne diagnosticata anche la Sindrome da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) ed una sindrome depressiva abbastanza grave. Megan aprì un account su MySpace e nel sito ricevette un messaggio da “Josh Evans”. Josh asseriva di essere un ragazzo 16enne, carino e simpatico, irresistibilmente attratto da lei. Egli inoltre affermava di vivere in un paese chiamato O’Fallon, di essere uno studente e di non possedere un numero telefonico personale. Il 16 ottobre del 2006 Josh cambiò tono nei confronti di Megan e scrisse frasi ingiuriose del tipo: “Tutti sanno chi sei. Sei una persona cattiva e tutti ti odiano. Che il resto della tua vita sia schifosa”; “Megan è una prostituta”; “Megan è grassa” e soprattutto : “Il mondo sarebbe un posto migliore senza di te”. Disperata da questo cambio repentino di umore, la ragazza si tolse la vita impiccandosi in camera sua. Recentemente si è scoperto che Josh Evans non esiste: ad inventare questo personaggio erano stati due vicini di casa e, in particolare, una signora di nome Lori Drew. A scoprirlo fu un’altra vicina di casa che ammise anche le responsabilità della propria figlia (rea, a suo dire, di aver mandato l’ultimo infamante messaggio). Non essendo contemplato in nessun codice penale, il caso non porterà ad un processo.

Molti studi (Cowie E., 2013; Elgar F.J. et al., 2014) fanno emergere in modo evidente la relazione tra atti di cyberbullismo e conseguenze sulla salute della vittima. Le più frequenti risultano essere: difficoltà di concentrazione, ritiro dalla vita sociale (scolastica e personale), aggressività, ansia, depressione e nei casi peggiori il suicidio.

Giorni fa su Giornale.it è stato pubblicato un articolo riguardante un episodio di cyberbullismo avvenuto in un Istituto tecnico di Torino. Coinvolte tre studentesse quindicenni, le quali si sono offerte di accompagnare in bagno una compagna che accusava dei malori. La giovane, improvvisamente colpita da una crisi epilettica non viene però soccorsa dalle altre adolescenti, bensì immortalata in un selfie, subito condiviso su Whatsapp.

Come prevenire e combattere questo fenomeno? Sarebbe opportuno creare sportelli d’ascolto nelle scuole sostenendo le vittime di cyberbullismo in questi momenti di evidente difficoltà, creando un unico e particolare spazio d’ascolto per ciascuna vittima, quello spazio che magari quotidianamente non viene loro concesso e dedicato. Sarebbe utile inoltre sensibilizzare i ragazzi nelle scuole riguardo tale fenomeno attraverso l’aiuto degli insegnanti. E i genitori come possono agire nel fronteggiare queste problematiche contemporanee? Cerco di trovare una risposta a questa domanda attraverso una citazione di Massimo Recalcati : “I migliori genitori, spiega Freud, sono quelli consapevoli della loro insufficienza, ovvero quelli che rifuggono da un sapere predefinito, standard. Quelli che sanno che la sola cosa che conta nel rapporto coi figli è aver fatto loro segno dell’amore, ovvero riconoscerli nella loro assoluta particolarità. Senza questo riconoscimento la vita si ammala, si depotenzia, si disperde.”(M. Recalcati 2016). Quindi ascoltare di più i propri figli, creare quello spazio particolare per loro affinchè si sentano ascoltati, quei pochi minuti che li possano salvare dall’assoluta alienazione e da quel senso di solitudine che, in questi casi, li attanaglia.

 

Bibliografia

Rapporto Ipsos – Save the Children, 2014

Cowie E., Cyberbullying and its impact on young people’s emotional health and well- being, The Psychiatric Bullettin, 2013

Smith P. et al., Cyberbullying: its nature and impact in secondary school pupils, Journal of Child Psychology and Psychiatry, 2008

Elgar F. J. et al., Cyberbullying Victimization and Mental Health in Adolescents and the Moderating Role of Family Dinners, Jama Pediatrics, 2014

Recalcati M., “A scuola di genitori il mestiere più difficile”, La Repubblica, 29 gennaio 2016.

 

 

Dott.ssa Desirée Giuffrida

Psicologa, Specializzanda in Psicoterapia

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