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“Esserci per l’Altro”: l’esperienza di Villa Miralago – Intervista al dott. Leonardo Mendolicchio

Il 13 Febbraio 2016 è stato ospite dell’Istituto Superiore di Studi Freudiani “J. Lacan” di Catania, il dott. Leonardo Mendolicchio. Psichiatra e psicoterapeuta, è direttore sanitario di “Villa Miralago” , una struttura che si occupa della cura dei disturbi del comportamento alimentare e che si trova a Cuasso al Monte, in provincia di Varese. Vi proponiamo l’intervista che il dott. Mendolicchio ci ha gentilmente concesso e in cui racconta l’esperienza di Villa Miralago e i fondamenti teorici su cui si basa la pratica clinica nei casi di disturbi del comportamento alimentare.  

Dott. Mendolicchio come è nato il suo interesse nei confronti del trattamento dei disturbi alimentari? 

Ero iscritto al secondo anno della scuola di specializzazione in Psichiatria del Policlinico di Bari e all’epoca vi era un Day Hospital specifico per il trattamento dei DCA. Ricordo ancora il primo colloquio con una paziente anoressica. Ricordo, soprattutto, l’effetto che suscitò in me, neofita in questo campo, la completa dedizione, la pervicacia con cui esse sceglievano di non mangiare. Ciò che mi colpì ulteriormente, per motivi miei personali, è sicuramente legato al fatto che si trattasse di donne. Mi chiedevo come fosse possibile, quali fossero le motivazioni in grado di spiegare l’apparente ambiguità di donne che proprio attraverso il sintomo sembravano raggiungere una condizione di equilibrio, di omeostasi. Il lavoro con i DCA mi ha permesso inoltre di coniugare la mia formazione in psichiatria con altri contributi teorici, poiché all’interno di questi disturbi è possibile rinvenire molteplici elementi di psichiatria e psicopatologia.  

Il dispositivo psicoterapico può essere considerato come tassello integrativo ad un sapere psichiatrico? Ci può brevemente illustrare la sua esperienza? 

La psichiatria, esattamente come la psicoterapia, sono modalità di conoscenza che prese nella loro singolarità, se non dialogano, si confrontano, dicono poco o nulla del soggetto. Quello che la psichiatria può fare, attraverso l’intervento farmacologico ed altre modalità di contenimento, è mettere il soggetto con una sofferenza psichica nelle condizioni più appropriate, affinché si produca qualcosa. La psicoterapia, in tal senso, consente di lavorare col soggetto, aprendo spazi di parola e cura. Diversi studi testimoniano, a tal proposito, che una combinazione tra farmacoterapia ed intervento psicoterapico porta a risultati significativamente migliori, anche nel follow up, rispetto ad interventi isolati. Per quanto concerne il rapporto fra psichiatria e psicoanalisi, invece, si può dire qualcosa di interessante soprattutto nell’ambito della cura. Fra gli anni ’30 e ’60, c’è stata una psichiatria che ha rivisto la clinica alla luce dell’esperienza psicoanalitica, e Lacan, figlio di quest’esperienza, non abiurando il trattamento psicopatologico in senso medico-psichiatrico, ma integrandolo rispetto alla teoria dei conflitti, rispetto alla teoria dell’inconscio, ha fornito contributi notevoli. Se in Psichiatria la diagnosi di disagio mentale ha visto susseguirsi diverse edizioni del DSM, nel tentativo di meglio definire ed inquadrare da un punto di vista nosografico-descrittivo la patologia, in psicoanalisi si è cercato invece di porre enfasi sulla singolarità del soggetto preso in esame ed in particolare sulla sua struttura di personalità, tenendo conto che, all’interno di un qualsivoglia intervento, un nevrotico non può essere trattato in modo similare ad uno psicotico. L’integrazione tra un sapere di questo tipo ed uno psichiatrico consente quindi al clinico di orientarsi caso per caso, senza che l’etichetta descrittiva prevalga sulla storia, sul vissuto che il soggetto porta con sé.  

Quali sono le modalità di accesso, diagnosi e trattamento adottate presso Villa Miralago? I pazienti provengono già da altri trattamenti? 

Mediamente sì. Più o meno nell’80/90% dei casi, i pazienti che arrivano a Villa Miralago hanno già esperito più di un tentativo di trattamento e questo inevitabilmente ha delle conseguenze. Spesso i pazienti con DCA provengono da psicoterapie fallimentari, di qualsiasi tipo, e questo riflette una generale confusione che vige sul tema dei disturbi alimentari, dove molte cose vengono dette e fatte, avendo effetti iatrogeni tutt’altro che neutri. Rari sono i casi che arrivano all’esordio sintomatico. Presso Villa Miralago, queste pazienti hanno finalmente la possibilità di iniziare a fidarsi di qualcuno e di nutrire la loro esistenza, aprendosi alla possibilità di una relazione con l’Altro.   

 Dai seminari abbiamo appreso che ci sono parecchie difficoltà nella presa in carico dei pazienti che arrivano a Villa Miralago. Quali sono e come vengono affrontate? 

La prima difficoltà consiste nel fatto che questi pazienti arrivano a Villa Miralago ma non vorrebbero esserci. Il loro sintomo, cioè il problema alimentare che portano con sé, è ciò che permette loro di esistere e riconoscersi e proprio per questo è difficile da abbandonare. Il primo obiettivo è innanzitutto quello di creare la relazione. In secondo luogo, c’è la necessità di far comprendere a queste pazienti, in maniera graduale, che c’è dell’altro oltre al cibo per cui vivere. Esserci per l’Altro è quindi il motto di Villa Miralago. 

Come si struttura la vita dei pazienti ricoverati? 

Si struttura in una serie di attività che permettono loro di uscire dal copione, dal reframe sistematico che sono abituate solitamente a mettere in atto. Presso la nostra struttura è possibile beneficiare sia di attività individuali che di gruppo. Significativo per queste pazienti è l’aspetto alimentare: il momento del pasto viene condiviso infatti con un dietista, in modo da accompagnare e supportare il soggetto. E’ previsto inoltre un intervento psicoterapico analiticamente orientato, ovvero ogni paziente ha un suo analista, con un setting preciso all’interno della struttura stessa. Poi ci sono tutta una serie di attività ricreative/educative come l’arteterapia, la musicoterapia e le attività sportive, per far sì che i pazienti possano disinvestire gli aspetti sintomatici e investire ed orientare le proprie risorse su altro. 

Una questione particolarmente interessante che è stata affrontata riguarda la possibilità di essere l’Altro del soggetto anoressico. Quanto detto, come si declina nella posizione che il terapeuta e l’equipe devono assumere nei confronti del soggetto? 

Rispondo attraverso una metafora ben precisa: “Essere l’Altro per il soggetto anoressico significa farsi mangiare”. Come sottolineato da Deridda, “il mangiare è la metonimia dell’introiezione”, il mondo si interiorizza così come viene mangiato. Difatti noi mangiamo carne, cereali, verdure, frutta, che altro non sono che “il prodotto dell’Altro” e per far si che quest’Altro sia mangiabile, bisogna che si renda gradevole, digeribile. Ma, quando un soggetto sperimenta un rapporto con un Altro indigeribile, la conflittualità e la pericolosità che si può avere in questo rapporto possono traslarsi in maniera negativa sul cibo, come reazione sintomatica a questo trauma. A questo punto interviene l’èquipe che si fa carico di questo problema facendosi mangiare, rendendosi gradevole al soggetto, facendogli comprendere che il rapporto con l’Altro può essere interiorizzato. 

Che ruolo ha la famiglia nella cura dei pazienti con disturbo del comportamento alimentare? Vengono coinvolti? Perché? 

La famiglia può essere la più grande risorsa ma può anche essere il più grande limite nella cura dei pazienti con DCA. Il nostro approccio non passa però dalla cura della famiglia, quanto piuttosto dal coinvolgimento di quest’ultima nella cura del singolo soggetto, per un lavoro sul contesto che talvolta può anche essere sociale e non solo familiare. Accade che dei soggetti reiterino questi comportamenti non appena fuoriescono dalla struttura. Allora in questi casi si può intervenire come aiuto nella cura per comprendere l’origine della formazione sintomatica nel soggetto, piuttosto che considerare oggetto della cura la famiglia in sé e per sé. 

Che tipo di valenza ha la separazione da un contesto di cura come Villa Miralago per questi pazienti? Ci sono delle difficoltà? Se sì, in che modo vengono affrontate? 

Quando c’è il momento di svincolo, vuol dire che tutto quello che è stato fatto prima aveva un valore, e se il soggetto esperisce sentimenti come la melanconia o il lutto al momento della separazione, vuol dire che c’è stato un legame, per cui evidentemente la terapia ha avuto effetto. E’ fondamentale che i terapeuti gestiscano questa fase di svincolo perché è l’ultimo atto nel quale il soggetto affetto da DCA sperimenta che anche in questo ultimo atto di separazione non c’è questo fantasma di morte che egli aveva nella sua testa. La relazione cioè diventa meno traumatica di quanto essi fantasticano nel momento in cui, anche separandosi, colgono che non c’è nulla di distruttivo in questo momento di separazione. Quello che si vuole far comprendere è che, nel Simbolico, dall’Altro non ci si separa mai. 

Secondo lei è possibile portare questa esperienza clinica sul versante della prevenzione, non lasciandola quindi relegata alla patologia? 

Assolutamente si, anche se agire sui fattori preventivi primari è difficile, mentre su quelli secondari è possibile e doveroso. E’ necessario dotare le famiglie di strumenti per riconoscere alcuni sintomi e i comportamenti sentinella invece di medicalizzare o negare l’esistenza di questo tipo di problematiche. Allo stesso modo può essere sensato smettere di dare tutta questa enfasi al cibo, sia dal punto di vista dell’eccesso che da un punto di vista più “cibofobico”. C’è troppo investimento libidico-culturale sul cibo che secondo me non fa bene.  

Infine, il sintomo anoressico come viene declinato all’interno delle strutture di personalità? Che posizione deve assumere il terapeuta nella relazione di cura con questi soggetti? 

L’articolazione fra personalità e sintomo alimentare è molto profonda, perché noi col cibo facciamo molte cose che rispecchiano i nostri tratti di personalità. Qui il terapeuta deve permettere che questa correlazione emerga, non sottovalutando tutti gli aspetti culturali che in una famiglia, e quindi in un soggetto, possono esserci come abitudini alimentari, rispetto al senso che egli da alle proprie abitudini e che sono legate anche alla propria storia. Nel rapporto fra personalità e abitudini alimentari, si estrinseca proprio tale questione. Il terapeuta deve quindi costantemente tenere d’occhio tale questione, non sottovalutando mai ciò che può emergere del soggetto nel momento in cui questi aspetti vengono a variare, soprattutto nei casi in cui ci si spinge verso la patologia.  

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